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VIVERE NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE | MATTEO LION

Tracy Chapman, in Heaven’s Here on Earth, cantava: “Ho visto e incontrato angeli camuffati da persone ordinarie che vivono vite ordinarie”.
È questo il verso che mi è tornato alla mente ascoltando Angel in Plainclothes (angelo in borghese), il nuovo, intenso lavoro di Angelo De Augustine.
Musicalmente ci muoviamo in territori preziosi – quel folk intimista che richiama l’eleganza di Simon & Garfunkel e la sensibilità di Sufjan Stevens (con il quale aveva collaborato per il disco in A Beginner’s Mind). 
Ma è la genesi di questo disco a renderlo un’opera ancora più interessante.

Angelo De Augustine ha attraversato un periodo drammatico: una malattia misteriosa lo ha condotto sull’orlo della paralisi, costringendolo a un lungo e doloroso percorso di riabilitazione per reimparare a parlare e muoversi.
Come lui stesso ha dichiarato: “Con questo disco sto cercando di rimettere insieme i pezzi di chi ero e capire chi sono adesso. Mi sento come se avessi ricevuto una seconda possibilità”.

Mi piace pensare che quell’angelo in abiti civili che l’ha visitato nei momenti più bui non sia stato altro che la musica.
La stessa musica che, come la scienza conferma, è in grado di agire sul cervello post-ictus o afasia, aiutando a riattivare percorsi neuronali e a lenire ferite che le parole faticano a descrivere.
In Spirit of the Unknown, Angelo canta: “Ho aspettato la fine dell’inverno e il momento in cui tornerà la primavera. Tutta la tua vita è un lontano ricordo. Lentiggini sulle tue guance. Un’altra melodia“. 

Non puoi sempre fare quello che ti pare e andare dove ti pare: la vita non funziona così.
Di fronte alla malattia, quando non hai scelta, ti senti spesso un “guscio vuoto” – titolo del brano che apre l’album, in cui il musicista si chiede: “Dove scappi quando la tua vita è in pericolo?“. 
La risposta di Angelo è il rifugio nella poesia.

È commovente il modo in cui affronta il tema della morte: nella seconda traccia Pet Cemetery ci porta in un cimitero di animali, dove riposano cani famosi che non ci sono più come l’alano dell’attore Rodolfo Valentino o Harvey, il boxer preferito di Humphrey Bogart.
È un espediente quasi infantile, necessario per addomesticare l’idea della fine, tornando a quel bisogno di protezione tipico dell’infanzia, gridato con candore in The Cure: “Oh mamma, voglio solo tornare a casa. Da qualche parte a cui appartengo“. 
Come dargli torto?
Come scriveva Susan Sontag, tutti noi possediamo una doppia cittadinanza: quella nel regno della salute e quella nel regno della malattia. Speriamo sempre di usare il passaporto “buono”, ma prima o poi il destino ci costringe a visitare l’altro paese.
Già quando si nasce si diventa consapevoli che abbiamo il 100% di probabilità di morire.
Ma la paura di quella fine diventa insopportabile con la malattia.

In Mirror Mirror c’è un verso molto poetico che dice: “Per tutta la vita ho avuto paura di perdere il contatto e svanire come uno straniero senza niente da dire,
un volto invisibile“. 
Gli stessi dubbi esistenziali ritornano in Cosmic Ride dove si chiede: “Chi può affermare di comprendere il proprio posto nel disegno dell’universo?
Ho fatto del mio meglio per saperlo. Avrò la possibilità di trovare la mia strada prima che tutto finisca? Prima che la corsa sia persa e vinta“. 

Per i più fortunati la malattia dovrebbe essere solo una parentesi, una prova da superare. Per l’avvocato diventa l’occasione per una causa di risarcimento. Per il sacerdote è un pretesto per chiedere la misericordia divina.
Per Angelo De Augustine è una riflessione sulla transitorietà, fugacità, precarietà delle nostre vite terrene.
Certo, le persone possono guarire dalle malattie. Ma paradossalmente le malattie possono guarire le persone.

In The Universe Was Our Mother dice: “Libero dall’arco del cacciatore, guarito dalla luce nei suoi occhi. Quell’amore profondo che mi è stato mostrato ha cambiato per sempre la mia vita. L’amore che mi è stato donato è l’amore che ti mostrerò“.

Se la musica serve a esorcizzare le paure, c’è un altro disco che non potete perdere.
Listen to Hospice at Ten: Live in Chicago della band The Antlers.
Dopo essere stato un’esclusiva su Bandcamp lo scorso anno, da aprile il disco è disponibile su tutte le piattaforme di streaming.
Si tratta della versione live del loro concept album Hospice.
La definizione migliore di questo disco: “Qualcuno ha il cancro. Qualcuno vuole bene alla persona con il cancro. Poi non si sa bene cosa che succeda, e come. Però ci sono tanti sogni, ricordi e rimpianti“.
Insomma la versione in musica di Love Story.
Fino all’inevitabile epilogo.
E infatti il disco termina con questi versi:
Poi mi sono svegliato. Ero nel nostro letto, ma accanto a me non c’era un corpo che respirava. Qualcuno deve averti portata via mentre ero addormentato. Ma mentre la mia vista si faceva più chiara capivo cos’era successo. Era da un po’ che te n’eri andata, e io non lavoro in ospedale (hanno dovuto mandarmi via).
A volte, quando provo a muovere le braccia, sembrano troppo pesanti. Non riesco a sollevarle. È come se mi avessi seppellito vivo (il mio solo e unico dono prima che te ne andassi). Ma torni da me ogni notte, proprio mentre mi sembra di stare per cadere addormentato. La tua faccia è di fronte alla mia, e ho troppa paura per pronunciare anche solo una parola“.

Due dischi, due modi di guardare all’abisso: non per sprofondare, ma per capire meglio, finalmente, quanto sia prezioso il tempo che ci è dato.

crediti foto

MATTEO LION
Ha lavorato per anni come account per varie agenzie di comunicazione.

Dal 2010 si occupa di selezione del personale ed è Team Leader in progetti di inserimento di lavoratori con disabilità.

La musica è la sua passione, con una lente attenta alle nuove sonorità.

Altra musica | Matteo Lion

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Quella sottile sensazione di inadeguatezza, di mancanza. La ricerca delle risposte e il piacere dimenticato delle domande. Accogliere la complessità è un passo verso la consapevolezza del contemporaneo. Non siamo esseri semplici, dobbiamo assorbire e rigenerare. Siamo sempre stati arte e oggi dobbiamo saper vivere con una sensibilità aumentata.

METABOX – sensibilità aumentata è un’installazione di arte contemporanea online, dal 2010

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