Storie di piccole scoperte moderne | Andrea Ferrato

L’abuso, o forse lo stupro, dell’importanza della narrazione che avviene in questo periodo (tutto il polpettone che ruota attorno a quella maledetta parola di cui scriverò solo l’iniziale e la finale: s**********g) provoca una diluizione e una “sfibratura” della reale importanza che questa ha nel nostro modo di pensare e nel nostro modo di vedere le cose.

Ho una brutta abitudine da cui non sono mai riuscito ad affrancarmi in quanto possiede al suo interno quella piccola percentuale che mi ha sempre permesso di fare significativi passi avanti, spesso complicati; una piccola dose dotata di un potenziale smisuratamente efficace.
Non riesco a rimanere fermo su una cosa e coltivarla a dovere, conoscerne ogni sfaccettatura, acquisirne tutte le sfumature; quando le caratteristiche principali hanno preso forma ed una certa quantità di elementi hanno raggiunto una loro posizione in un fantomatico casellario della mia ragione e della mia irrazionalità, ecco che io mi allontano, razionalmente ma con un movimento inconsapevole.
Questa cosa mi ricorda una vecchia serie televisiva, di quelle che esistevano quando non andavano ancora di moda, dove un personaggio viaggiava nel tempo, non ricordo bene per quale ragione, impersonando ogni volta un nuovo sé, e, nel momento in cui si ambientava alla nuova situazione, il suo viaggio riprendeva indipendentemente dalla sua volontà.

Tutto questo per dire che questo mio comportamento semi patologico mi impone di vedere certe situazioni da nuove prospettive, svelandomi piccole verità che si riescono ad apprezzare solo quando non le respiri più.

Mi è successo con il mondo degli esperti della rete, che continuo a seguire e ad apprezzare.
Allentando un po’ la loro frequentazione on line ed off line, gli incontri, i convegni, i barcamp-qualcosa e le newsletter; iniziando ad ascoltare di più chi la rete la usa perché gli serve, ti rendi conto quanto tanti discorsi e teorie rasentino la scoperta dell’acqua calda, la necessità di dare un nome alla normalità.

Mi è successo con il televisore, spento più di 5 anni fa e scambiato con dei fighissimi diffusori per computer.
Ogni volta che chiacchiero con i miei del più e del meno percepisco questa realtà filtrata, una realtà diversa dalla mia.
Una realtà che si incastra perfettamente con i titoli astuti dei telegiornali, con le morali zuccherose di certi programmi che si infilano tra le nostre conversazioni quando sono con loro.
Ogni volta che, a casa di amici, il televisore si impone durante i pasti e rigidissimi giudici sentenziano critiche da brividi ad aspiranti “qualcosa” solo per una fragola messa a rovescio o per un balletto non troppo riuscito; percepisco la totale irrazionalità di richieste di perfezione per piccolezze assolute quando poi non ci sognamo di chiedere conto a personaggi improbabili che gestiscono, sempre nel modo peggiore, ciò che è di tutti.

Tutte narrazioni che spostano la razionalità su spazi instabili dove le responsabilità si caricano sulla richiesta di comportamenti integerrimi da parte di persone che cercano solo un qualche spazio o un riconoscimento.
I livelli di importanza si mescolano e tutto un mondo di persone cerca di dare il meglio di se davanti ad una platea di persone giudicanti dove le gesta più alte riguardano note intonate, piroette e lievitazioni da manuale.