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SOSPESO TRA IO E AI | MATTEO LION

Parlo e straparlo di musica su METABOX fin dal primo giorno. Spesso i miei sono pensieri in libertà, scritti senza pensarci troppo.

Per i miei gusti, le recensioni musicali più belle le scrive Claudia Durastanti.
Certo, lei è una scrittrice — tra le mie preferite, tra l’altro — e ha sicuramente più strumenti per essere incisiva, profonda ed evocativa quando racconta una canzone.
Nel suo ultimo libro, Falsi Amici (edito da La nave di Teseo), mi ha molto colpito un passaggio in cui ricorda i suoi esordi musicali per la rivista Il Mucchio Selvaggio:

«Nel giro di poco tempo assunsi un atteggiamento simile a quello di molte firme della mia generazione con cui avrei partecipato al rinnovamento del giornale: non avevamo una formazione filologica paragonabile a quella dei giornalisti più anziani né potevamo competere con le loro esperienze maturate sul campo, ma eravamo disposti a rimpiazzare la nostra mancanza di specificità e di approfondimento con una scrittura intima e trasversale, basata su aneddoti e sentimenti. L’uso spregiudicato dell'”io” nelle nostre recensioni, un uso inviso a molti dei colleghi più grandi che mai si sarebbero sognati di sciupare la critica di un disco ricorrendo a esperienze personali, veniva difeso da me e dagli altri come una rivoluzione dello stile, adeguata ai tempi. Oggi, ad anni di distanza, mi chiedo se quello stile non fosse invece quello che potevamo permetterci. Economicamente, prima ancora che creativamente. Costretti a gestire il giornalismo culturale in mezzo ad altri lavori, esami universitari, e a una serie pulviscolare di collaborazioni».

Più avanti, Durastanti aggiunge:

«Fino a qualche tempo fa, quando ero in ritardo con una consegna, scrivevo un articolo in chiave personale, perché estrarre un argomento da un ricordo mi costava meno che costruirlo a partire da una conoscenza ben ancorata e strutturata dentro di me».

Leggere queste parole mi ha messo in crisi.
Mi ha portato a chiedermi se abbia davvero ancora senso parlare di musica in questo modo, che poi è anche l’unico modo che conosco. Ovvero parlare di un disco finendo per svelare gusti, valori e la storia personale di chi scrive.

I social media hanno amplificato a dismisura questo fraintendimento, per cui tutto ciò che è “personale” sembra debba diventare per forza interessante. Se dovessimo fidarci dei trend attuali, una recensione dovrebbe trasformarsi (e in certi profili Instagram già lo è) in una sorta di Get Ready With Me: quei video in cui ci si trucca, ci si veste o si fa la skincare mentre si racconta la propria giornata.

Eppure, Carlo Emilio Gadda ne La cognizione del dolore ci aveva già messi in guardia: «L’Io, io! Il più lurido di tutti i pronomi!».

Io, però, un disco riesco a raccontarvelo solo attraverso le suggestioni che mi lascia.
Una volta ho letto una frase, severa ma giusta: “Un critico può recensire soltanto il libro che ha letto, non quello che lo scrittore ha scritto“.
È proprio vero: la critica musicale è intrinsecamente soggettiva.
Se l’estrema sintesi del mondo si potesse riassumere in due parole — sì e no — credo sia giusto aggiungere: “per me è un sì, perché…” oppure “per me è un no, perché…”. (Anche se, va detto, la critica mainstream ormai assomiglia ai necrologi: non si legge mai un giudizio davvero ostile).
La soggettività della critica dovrebbe servire proprio a questo: mettere in luce l’importanza di prospettive e opinioni diverse.

Anche Francesco Guccini – quanto ci manca! – scrisse la sua celebre L’avvelenata di getto, in treno, proprio dopo aver letto la recensione di un suo disco che riteneva malevola:

«Secondo voi ma chi me lo fa fare / di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento?»

Negli ultimi decenni Guccini smise di cantarla dal vivo, forse perché la risonanza di quella recensione negativa era stata abbondantemente superata dalla sua storia e dal suo mito.
Lo stesso critico — che negli anni divenne poi suo amico — ammise di averla scritta anche per far rumore confessando con sincerità: «Avrei dovuto meditare, distinguere, far la tara. Ma ero un piccolo ayatollah che amava usare scudiscio e scimitarra. Errori di gioventù».

A questo punto vi saluto, consigliando il disco che ho ascoltato di più quest’estate, il nuovo lavoro di Phoebe Bridgers.

È un album che parla di come si debba imparare a gestire le conseguenze di ciò che non può essere riparato: la morte di un genitore, la fine di un amore, un lavoro che ci assorbe troppo.
Situazioni in cui i silenzi contano quanto le dichiarazioni.

La mia canzone preferita del disco è As Above. 

È costruita su un accordo di pianoforte ripetuto in modo ossessivo, che suona come sospeso e ti lascia in continua attesa.
Il mood del brano è proprio quello dell’essere “sospesi”: uno stato di interruzione, di attesa e di blocco.
E infatti il testo inizia con lei che si trova sospesa, sollevata da terra all’interno di un aereo, mentre evita di guardare giù e fa le smorfie ad un bambino.
Più avanti la ritroviamo sospesa in attesa di notizie della madre, che sta andando da sola in ospedale.
Ci racconta di essere sospesa dal punto di vista anagrafico (“non voglio vivere per sempre, ma non voglio morire“) e anche sentimentalmente, in bilico tra il sogno e la dura realtà: “Mi darai per scontata, ma posso reggere il colpo. Qualunque cosa accada dopo, non importa. Non dovrai credere nella magia: lascia fare a me e la farò avverare“.

As above, so below: così in cielo, così in terra.
Dobbiamo avere fede e accettare la nostra sorte.
Compresa quella di rimanere (e non solo essere) sospesi.
Perché non so voi, ma io, più che la sensazione che “tutto scorra”, ho l’impressione che tutto resti perennemente sospeso.
Mi sento sempre sospeso sull’orlo delle ipotesi.

Ed è così che comincio questa nuova stagione di METABOX: sospeso sulla decisione che possa essere l’ultima.
Tanto ormai posso essere tranquillamente sostituito dall’AI.

MATTEO LION
Ha lavorato per anni come account per varie agenzie di comunicazione.

Dal 2010 si occupa di selezione del personale ed è Team Leader in progetti di inserimento di lavoratori con disabilità.

La musica è la sua passione, con una lente attenta alle nuove sonorità.

Altra musica | Matteo Lion

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Quella sottile sensazione di inadeguatezza, di mancanza. La ricerca delle risposte e il piacere dimenticato delle domande. Accogliere la complessità è un passo verso la consapevolezza del contemporaneo. Non siamo esseri semplici, dobbiamo assorbire e rigenerare. Siamo sempre stati arte e oggi dobbiamo saper vivere con una sensibilità aumentata.

METABOX – sensibilità aumentata è un’installazione di arte contemporanea online, dal 2010

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