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OTTO SECONDI, FORSE MENO | ALESSANDRO DALL’OLIO

Provate a contare quanto resistete su una pagina prima che il pollice parta da solo.
Gli studi sull’attenzione digitale raccontano una tendenza chiara: il tempo medio che dedichiamo a uno schermo prima di spostarci altrove si è ridotto, nell’arco di vent’anni, da qualche minuto a pochi secondi.

La nostra attenzione media è di otto secondi, quella di un pesce rosso di nove.
Non è una colpa personale.
È il risultato di ambienti progettati per catturare lo sguardo, non per farlo approfondire.
Il problema non è la velocità in sé.
È che la velocità è diventata criterio di valore.
Ciò che richiede tempo, come un libro, uno spettacolo, un concerto, un film, una conversazione, un ragionamento a più passaggi, una seduzione lunga, viene percepito come un ostacolo, un “costo” da tagliare.
E quando una società smette di concedersi il tempo, smette di concedersi la profondità.

C’è un gesto che accomuna ciò che leggiamo e le persone che incontriamo: lo scorrimento. Facciamo scorrere notizie, video, opinioni; e con la stessa mano, nelle app di incontri o nei profili social, facciamo scorrere volti e storie.
Un rapido sì o no, un cuore o un’indifferenza.
La nostra è una società in cui l’altro tende a scomparire a favore di ciò che ci somiglia e ci conferma.
Scrollare le persone è l’esito naturale di questa logica: se l’altro non mi restituisce subito ciò che cerco, passo al successivo.

Ma una persona non è un contenuto.
Per conoscerla servono tempo, tolleranza della noia, disponibilità. Esattamente le qualità che la cultura coltiva.
Nel 1999 gli psicologi David Dunning e Justin Kruger pubblicarono uno studio diventato celebre: le persone meno competenti tendono a sopravvalutare le proprie capacità, perché mancano proprio degli strumenti per accorgersi dei propri errori.
Per sapere quanto non sappiamo, occorre già sapere qualcosa.

Una precisazione è doverosa: la versione popolare dell’effetto, quella del “più sei ignorante, più ti credi bravo” è una semplificazione.
Ma l’intuizione di fondo resiste, e l’esperienza quotidiana la conferma: la sicurezza con cui si parla non è un indicatore affidabile della conoscenza che si possiede.
Spesso accade il contrario.
Chi studia a lungo impara a dire “dipende”, “non lo so”, “è più complicato”.
Chi ha letto poco ha frasi nette e definitive.
E sentenzia dalla sua incompetenza.

Il guaio è che i social premiano la frase netta.
L’algoritmo non misura la verità, misura la reazione.
E così la certezza batte il dubbio, l’indignazione batte l’analisi, lo slogan batte il saggio.
Il cuore della questione è che stiamo scambiando il senso con il consenso.
Una cosa diventa “vera” o “importante” non perché sia ben argomentata, ma perché ottiene molti like.
La democrazia viene confusa con la verità, che non si decide a maggioranza.

Immaginiamo di dover attraversare un mare in tempesta.
Esiste una bussola, tarata da osservazioni, di calcoli verificati.
Esiste poi il vento del giorno, che soffia forte e sembra indicare una direzione.
Una società sana ascolta il vento ma si fida della bussola.
Una società smarrita, invece, mette ai voti la rotta e la bussola vale quanto la corrente d’aria che passa.
Chi la bussola l’ha costruita in decenni di studio e chi non l’ha mai guardata si ritrovano sullo stesso piano, con lo stesso microfono.

Il politologo Tom Nichols la definì “la morte della competenza”.
Nel 1980, Isaac Asimov aveva scritto di un diffuso culto dell’ignoranza, alimentato dall’idea che la propria ignoranza valga quanto la conoscenza altrui.
E Umberto Eco, nel 2015, osservò che i social media avevano dato diritto di parola a una moltitudine di persone (“una legione di imbecilli”) che prima parlava solo al bar, senza danneggiare la collettività, mentre ora ha lo stesso peso di chi ha un premio Nobel.
Tre voci diverse, la stessa preoccupazione.

Sia chiaro: criticare non significa invocare un ritorno a élite chiuse e infallibili.
Gli esperti sbagliano, e la loro autorevolezza va guadagnata e verificata.
Ma c’è un abisso tra il pensiero critico, che interroga le competenze, e il disprezzo che le liquida in blocco.
Serve una distinzione che abbiamo smarrito.
Tutte le persone hanno pari dignità e pari diritto di esprimersi.
Ma non tutte le opinioni però hanno pari valore, perché il valore di un’opinione dipende dalle ragioni che la sostengono, dai dati su cui si fonda, dalla disponibilità a essere smentita.
Sostenere che “ogni opinione è rispettabile” è comodo, ma è un equivoco: si rispetta la persona, ma si valuta l’opinione.
Se mettiamo sullo stesso piano il parere maturato in trent’anni di ricerca e la battuta scritta in trenta secondi, stiamo abbassando l’asticella per tutti.
E la mediocrità, una volta autorizzata, diventa norma.

Poco tempo fa ero a un incontro dove una docente universitaria ha detto una frase che mi ha colpito: “un amministratore pubblico deve alzare continuamente l’asticella ai suoi cittadini. La cittadinanza ha raggiunto un livello? Bene. Il mio compito è alzarla. Se non alzo continuamente l’asticella non sono un amministratore ma un passacarte”.

Le conseguenze si vedono nella convivenza.
Il dialogo diventa tifo.
Le comunità si dividono in tribù che non si ascoltano.
La complessità, che richiede pazienza, viene sostituita da formule che rassicurano.
E un pensiero impoverito produce una cittadinanza più fragile e più manipolabile.

In questo scenario, l’espressione francese vive la différence suona quasi come un atto di resistenza.
Perché la cultura è, prima di ogni altra cosa, l’incontro con ciò che non siamo.
Un romanzo ci porta dentro una vita che non è la nostra; una musica ci mette davanti a una sensibilità diversa; uno spettacolo ci costringe, per novanta minuti, a stare nella stessa stanza con degli sconosciuti e a condividere un’emozione che nessun algoritmo ha scelto per noi.
La differenza è la materia prima del pensiero.
Chi si nutre solo di ciò che già le somiglia perde la capacità di imparare.
Difendere la differenza significa difendere due cose insieme: la pluralità delle persone e delle culture, e la differenza tra ciò che è approfondito e ciò che è superficiale, tra ciò che è competenza e ciò che è solo rumore.
La via d’uscita non è spegnere gli schermi e tornare a un passato idealizzato.
È recuperare il controllo del nostro tempo.
Più corriamo, meno riusciamo ad appropriarci di ciò che viviamo.

Rallentare, oggi, è un gesto quasi politico.
Leggere per intero, prima di commentare o condividere.
Chiedersi chi parla e su quali basi: quale formazione, quali fonti.
Tollerare il dubbio, imparando a dire “non lo so” senza vergogna e a pretenderlo dagli altri.
Frequentare luoghi in cui il tempo è condiviso: teatri, biblioteche, librerie, dove l’attenzione non si può mettere in pausa.
Scegliere la persona e non il profilo.

Il teatro, in particolare, è una grande scuola di tempo mai sprecato.
Non si può accelerare, non si può saltare un passaggio, non si può scorrere via.
Si sta lì, con la propria attenzione, e si accetta che qualcosa accada a un ritmo non scelto da noi.
È un allenamento prezioso, perché contrasta tutto ciò che il resto della giornata ci costringe.
La cultura non è un ornamento, è l’infrastruttura della civiltà: ci insegna a distinguere, a mettere in discussione, a stare con chi è diverso, a riconoscere chi ne sa più di noi senza sentirci umiliati.
In un’epoca che ci chiede di essere rapidi e d’accordo con tutti, scegliere la lentezza e la competenza è un atto di libertà.
Forse il modo più concreto che abbiamo per restituire senso a ciò che facciamo, e per ricordarci che, davanti a un mare in tempesta, la rotta non si decide con il consenso ma con il senso.

ALESSANDRO DALL’OLIO
Giornalista e autore.
Presidente di Cooperativa dello Spettacolo. Direttore Artistico del TaG-Teatro a Granarolo.
Ha scritto, ideato e diretto per il teatro vari spettacoli.
Ha partecipato al Cork World Book Fest 2015, il festival mondiale di letteratura irlandese.
È ideatore e organizzatore del progetto “Uomini che amano le donne”, contro la violenza di genere.

Alessandro Dall’Olio

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Quella sottile sensazione di inadeguatezza, di mancanza. La ricerca delle risposte e il piacere dimenticato delle domande. Accogliere la complessità è un passo verso la consapevolezza del contemporaneo. Non siamo esseri semplici, dobbiamo assorbire e rigenerare. Siamo sempre stati arte e oggi dobbiamo saper vivere con una sensibilità aumentata.

METABOX – sensibilità aumentata è un’installazione di arte contemporanea online, dal 2010

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