
Nelle ultime settimane il povero Francesco De Gregori è finito al centro del frullatore mediatico.
La sua colpa? Aver dichiarato che, davanti alla complessità di questa malandata – e maledetta – modernità, schierarsi in modo netto e con assoluto rigore politico gli risulta difficile.
Ha aggiunto una cosa sacrosanta: non si riconosce nel ruolo pedagogico dell’artista che usa il palco per declamare comizi.
Vi risparmio il riassunto del mare di polemiche, tweet indignati e distinguo che ne sono seguiti per giorni.
Sia chiaro: seguo e stimo molti artisti che usano la propria notorietà per amplificare battaglie politiche. Penso alla monumentale Sinead O’Connor che, con anni d’anticipo su tutti, squarciò il velo sugli abusi sui minori nel clero strappando la foto del Papa e gridando il suo “Fight the real enemy”.
Però amo altrettanto gli artisti che non hanno mai rilasciato una dichiarazione politica in vita loro.
Di molti non so nemmeno se siano gay o etero, sposati o con figli.
Impossibile associarli a una fazione, anche volendo tirare in ballo il famoso dogma femminista secondo cui “il personale è politico”.
La verità? Non riuscirei a fare a meno di nessuna delle due categorie.
Soprattutto quando il loro posizionarsi – o non posizionarsi – è autentico.
Non credo che De Gregori debba dirci cosa pensa di Trump solo perché il pubblico esige il suo posizionamento terapeutico.
Esattamente come sarebbe stato impossibile zittire o chiedere diplomazia a Sinead O’Connor.
In queste settimane di rumore di fondo, quasi come reazione allergica alle polemiche da talk show, ho trovato rifugio nel nuovo disco di Aldous Harding, “Train on the Island”.
Di lei si sa pochissimo, ed è una fortuna. Ma sono le sue canzoni a non aiutare, nel senso migliore possibile.
Il Guardian ha scritto:
“I suoi testi sono misteri da svelare per scoprirne il significato più profondo, come sogni in attesa di essere analizzati.“
Si dice che i sogni sono immagini che hanno una validità solo in se stessi.
Lo stesso vale per i brani della cantautrice neozelandese: hanno senso solo nel loro perimetro. Sono imperscrutabili.
Una parola elegante per esprimere un concetto raffinato: ciò che è irraggiungibile dall’indagine della mente.
Per decodificare i suoi testi onirici non puoi usare la dimensione cognitiva, la logica o la consapevolezza di sé e del mondo.
Devi accettare il corpo a corpo con l’impenetrabile. Ovvero, quanto di più lontano esista dalla grammatica dei social, dove tutti sanno tutto e ognuno ha la verità in tasca.
Il disco si apre con un verso che è già un manifesto:
“Non ho paura come se tu non fossi gay.”
In una sola riga, la Harding smantella anni di polarizzazioni ideologiche, da una parte e dall’altra.
Di colpo non ricordi più di cosa bisogna avere paura o quale orientamento sia la norma e quale l’eccezione.
Benvenuti nel suo mondo: un universo fatto di domande senza risposta, paradossi esistenziali e interrogativi privi di logica lineare che, per tutta la durata dell’album, oscillano tra la riflessione filosofica e il puro divertimento intellettuale.
Prendete la seconda traccia, “One Step“:
“Scriverò quello che so. Cose che non sapevo da tanto tempo. Ho incontrato John Cale. Non aveva parole, ma non mi importa. Ho riempito il palco mentre lui mangiava riso.”
Ovviamente, da nerd musicale, sono andato a controllare se i due avessero mai condiviso il cartellone di qualche festival.
Risposta: nessuna traccia. Invenzione pura? E quando parla del silenzioso John Cale, intende dire che è stato sbrigativo o allude al fatto che l’ex Velvet Underground si è dedicato per anni a colonne sonore interamente strumentali?
Elettra Lamborghini cantava “Musica, e il resto scompare“. Con Aldous Harding possiamo aggiornare il claim: “Musica, e il reale scompare“.
Come nella title-track, in cui ammette:
“Odio la mia percezione. Ma le medicine rallentano la mia mente. Treno sull’isola. Pensavo di averlo sentito soffiare.“
Il treno dei desideri nei nostri pensieri all’incontrario va, come sappiamo bene noi italiani cresciuti con Adriano Celentano. Se nella canzone di Celentano si diceva “E allora io quasi, quasi prendo il treno e vengo da te“, anche in “Venus in the Zinnia” la Harding celebra la bellezza del ricongiungersi con chi ci fa stare bene nell’esatto momento in cui ne avvertiamo il bisogno:
“Sei arrivato giusto in tempo. Sento il mare, un’arte disonesta dentro di me. Sangue dal naso, conferma che sei arrivato giusto in tempo.” Piccola nota di realismo contemporaneo: nel video (siamo nel 2026, d’altronde), i due protagonisti si incontrano solo in videochiamata.
Dopo questa parvenza di apertura sociale, il disco devia in un totale flusso di coscienza no-sense.
Un dialogo tra sé e sé dove risuona la domanda: “Se lo fa la signora, chi rimarrà fuori?“. Chi sia la signora o cosa stia facendo resta un mistero. Da questo criptico labirinto emerge solo un costante senso di frustrazione esistenziale:
“Non ho mai avuto il mio momento. Se sono una pistola, allora sono carica.”
Un’inquietudine simile la ritroviamo nella spiazzante “What Am I Gonna Do?“:
“Mi sento due e mezzo, besciamella sulla faccia. So che le cose non stanno andando bene. Ma forse andranno meglio più tardi. Spero di essere più di quello che penso. Cosa farò se non riesco a uscirne? Non possono addestrarci per uscirne?”
La chiusura del disco è affidata all’ennesima, meravigliosa immagine stramba:
“Grandi cappotti spessi sui cani di persone che cercano solo di essere d’aiuto”.
Ogni volta che parte il ritornello, la mente va a quel dubbio tipico da parco cittadino: ma i cani provano davvero piacere a indossare il cappottino o lo tollerano e basta?
Ebbene, ho fatto una ricerca: quando i cani invecchiano, fanno fatica a regolare la temperatura corporea, specie nelle passeggiate invernali dove l’andatura diventa lenta e meno attiva. Proprio come quei cani anziani che scoprono tardi quanto possa essere piacevole il tepore di un cappotto, anche noi spesso non sappiamo di aver bisogno di un posto sicuro finché non spegniamo lo smartphone.
Ascoltare un disco come “Train on the Island” significa disconnettersi dalle bolle social per riscoprire che abbiamo un disperato bisogno di suggestioni – ovvero del potere dell’immaginazione e della percezione – piuttosto che di valanghe di certezze misurabili, scientifiche e presunte oggettive.
In fondo, forse, era proprio questo che cercava di dirci De Gregori.
Vi consiglio di non perdere una delle tre date italiane previste a Giugno in Italia:
28/6 – Circolo Magnolia – Segrate (MI)
29/6 – Locomotiv Club – Bologna
30/6 – Monk – Roma
MATTEO LION
Ha lavorato per anni come account per varie agenzie di comunicazione.
Dal 2010 si occupa di selezione del personale ed è Team Leader in progetti di inserimento di lavoratori con disabilità.
La musica è la sua passione, con una lente attenta alle nuove sonorità.