
Chiude l’ennesima edicola, a 50 metri da casa, e io mi sento in colpa.
Non ho comprato abbastanza quotidiani, settimanali, souvenir e soprattutto riviste, le riviste in carta spessa e lucida o più elegantemente opaca che per anni se non decenni hanno riempito le mie librerie di giovane e meno giovane fashion addicted.
Quelle riviste hanno perso sempre di più il carattere di oggetto comune, divulgazione e intrattenimento da sfogliare senza impegno, e fossero dedicate a moda, arte, culture e subculture, musica o altro con una minima ambizione creativa, sono diventati oggetti di nicchia, destinati a un pubblico di insider e relegati a numeri di stampa piccolissimi.
A milioni di anni luce dai 13 milioni delle September issue di Vogue America dei primi anni 2000, anni d’oro, anche se non ci sembravano.
E quindi più che dalla carta stampata le immagini arrivano attraverso gli schermi digitali, e non è tanto un problema legato ai media caldi o freddi di McLuhaniana memoria, ma una questione di sostanza: attraverso un’interfaccia luminosa i colori non sono più gli stessi, cambiano in maniera visibile anche per chi non è esattamente un esegeta della fotografia glamour.
Mi passano davanti decine di studentə che non hanno la percezione “fisica” di molti colori ma cercano comunque le sfumature più ricercate e impossibili solo attraverso il filtro del device.
Vagli poi a spiegare che stilisti di altri tempi facevano impazzire me ed altrə alla ricerca di un “rosa sfinito”, qualsiasi cosa volesse dire, o di un “grigio invisibile”, tonalità che trascoloravano, letteralmente, in cromatismi immateriali.
Ma a parte questi dettagli indistinguibili e ineffabili, più prosaicamente, con la quasi scomparsa della carta, per alcunə viene a mancare il piacere tattile dello sfogliare una rivista o leggere un libro (ma la contrapposizione tra ebook e tomi da libreria è un argomento troppo vasto e divisivo da osare anche soltanto accennarlo).
La nostalgia della carta però a volte è una presa di posizione leggermente ipocrita, soprattutto se si pensa allo spreco di risorse e materie prime non illimitate.
Gli alberi e la cellulosa, tipo.
Ci manca quello che con insopportabile retorica viene definito “l’odore della carta”?
L’odore della carta è una miscela di lignina e cellulosa che viene rilasciata con gli anni, molti anni.
La carta “nuova” non fa chissà quale odore, questa è una suggestione romantica per alimentare i reel, credo da parte di chi non ha questa frequentazione così intensa con la medesima, perché altrimenti saprebbe che spesso più che un odore rilascia un effluvio di agenti chimici sbiancanti misto al cellophane che racchiude determinate edizioni.
Spiace un po’ per la perdita delle tonalità della stampa ma è giusto che si risparmino gli alberi e la produzione di cellulosa sia destinata a esperienze più centellinate: consumare responsabilmente, ecco.
CLAUDIA VANTI
Stilista eclettica, ha collaborato per anni con marchi del pret à porter italiano e internazionale come Ferré, Chanel, Hugo Boss.
Insegna Design del Prodotto moda, ha la passione del disegno e il sogno segreto di scrivere la sceneggiatura di una serie tv. Ovviamente sulla moda.