
Da qualche settimana, su Prime Video, è uscito un documentario che ha rianimato i ricordi della comunità nottambula e bolognese di un tempo: Kinki – The Secrets of the Dancefloor, addirittura “al n. 3 nei film documentari”, segno che gli spiriti della notte resistono e contrastano silenziosamente, dal salotto di casa, una strenua battaglia contro la totale “foodificazione” della città (bruttino il neologismo, sì, ma è quello che ci meritiamo).
Il documentario oggettivamente non è imperdibile: segue la classica formula anglosassone delle interviste a lato dell’inquadratura ai protagonisti alternate a foto d’epoca e d’ambiente. Ma non sono tantissime.
Il Kinki, locale nato letteralmente sotto le Due Torri in una città piccola che amava credersi non provinciale, e famoso soprattutto negli anni ’80 e ’90 come uno dei primi locali LGBTQ+ (con un + in effetti estesissimo, soprattutto relativamente al periodo), aveva raggiunto uno status di fucina estetica e creativa che attirava parecchie persone anche da altre parti d’Italia.
Soprattutto in inverno, quando le discoteche della riviera erano meno desiderabili.
Per questo motivo sarebbe stato bello vedere molte più immagini, possibilmente anche video, ma all’inizio degli anni ’80 alla documentazione non ci si pensava, alle foto sì, ma nell’ottica della foto ricordo, mentre la maggior parte dei look sono andati “perduti come lacrime nella pioggia” (la cit. drammatica ha un suo perché, pensando alla fine degli anni ’80 e vedendo il documentario).
La provincia può essere creativa, ma manca il sistema: a Londra si è appena chiusa la mostra Blitz: the club that shaped the 80s, al Design Museum, una mostra sulla leggendaria serata (ogni martedì da febbraio 1979 a ottobre 1980) che trasformò lo stile londinese prima e della scena creativa globale poi, e che negli anni successivi ebbe un enorme impatto sulla musica, la moda, il cinema, l’arte e il design.
I frequentatori erano pochi, ma c’era Steve Strange e Boy George al guardaroba, gli Spandau Ballet come resident band, un designer come Stephen Jones, e Sade, che studiava moda alla Central Saint Martin’s.
Tutto esagerato, come al Kinki, volendo, e teatrali i make up, ma qua nelle vicinanze c’era appunto il college che ha fatto da detonatore per l’ondata creativa dell’ennesimo fenomeno brit, e forse per arroganza ed eccessiva fiducia nella propria rilevanza (fiducia ben riposta, a posteriori) di immagini e di memorabilia ce ne sono tanti, tanti da alimentare documentari, saggi, libri fotografici e mostre.
Gli inglesi si sa, sono eredi di un passato imperialista che si è tradotto in soft power, noi siamo meno organizzati, perciò alla fine della visione del documentario sul Kinki rimane un dubbio: l’originalità e la creatività erano reali o sono un riflesso della percezione di chi ci è passato?
CLAUDIA VANTI
Stilista eclettica, ha collaborato per anni con marchi del pret à porter italiano e internazionale come Ferré, Chanel, Hugo Boss.
Insegna Design del Prodotto moda, ha la passione del disegno e il sogno segreto di scrivere la sceneggiatura di una serie tv. Ovviamente sulla moda.