
I vestiti sono spariti: questa è la novità moda del momento, il massimo oggetto di discussione desiderio è diventato un corollario, un’appendice, una postilla, una nota a margine, un post abbastanza prescindibile del gioco infinito del toto nomi.
Gioco che è diventato mortalmente noioso.
Quando è che si è smesso di guardare al contenuto (la Luna) per concentrarsi solo sul mezzo cioè il o la stilista di turno che viene scambiata nel gioco delle figurine (il dito, o meglio, la mano)?
Da parecchio, se usciamo un attimo dall’asfittico (momentaneamente, si spera) mondo moda.
Ok, il mezzo è importante, se no che ci staremmo a fare, qua, noi post post-moderni, ma agli esami di estetica e di fenomenologia degli stili ci avevano raccontato che dovevamo dare attenzione alla forma, rivalutata come espressione specifica di una qualsiasi creazione artistica o sedicente tale, la forma riscattata dal ricatto morale del contenuto.
Tanto per il contenuto ci sono il semiologi, pronti ad occuparsene e anche se giocano in un altro campionato aggiungono un altro livello di interpretazione qualificata oltre alla critica estetica della forma.
Forma e contenuto, o “forma e sostanza” (cit.), biografia dell’artista e modello del cavalletto un po’ meno.
Ma il medium fuso con l’artefice è più di uno strumento, è il portatore di una visione (forse), quindi va benissimo ancora per qualche giorno occuparsi di chi lascia quale maison, chi viene spostato dove, chi diamo in cima alla lista delle scommesse per le prossime direzioni artistiche, chi sarebbe stato più efficace per Gucci, Balenciaga, Dior, Jil Sander, Bally, Givenchy, Versace, Moschino, Blumarine, Rochas, Fendi, Tom Ford e qualche decina di altri marchi.
La discussione sta diventando veramente noiosa, le facce che si susseguono sono peraltro al 98% maschili, come sempre e più di sempre, e del resto e anche i non caucasici sono in calo, segno evidente che alcune precedenti nomine erano fondamentalmente pedine per intercettare un qualche spirito del tempo, ma adesso torniamo alle consuetudini, please, chief designer uomini, che sono ancora la moneta più spendibile per ricoprire gli incarichi importanti.
Ancora due o tre giorni a domandarci dove finirà Jonathan W. Anderson (bravissimo, non c’è bisogno di ripeterlo, e gli si augura tutto il meglio e di avere spazio a sufficienza espandere la sua vena creativa, surrealista con giudizio) e poi basta.
Abbiamo veramente bisogno di una pausa, lunga possibilmente, e ci si concentra sull’oggetto del design (parlandone da vivo) a meno che non siamo del tutto immersi nella crisi creativa che accomuna molti linguaggi dell’arte e per la quale i nomi sono più riconoscibili delle opere.

CLAUDIA VANTI
Stilista eclettica, ha collaborato per anni con marchi del pret à porter italiano e internazionale come Ferré, Chanel, Hugo Boss.
Insegna Design del Prodotto moda, ha la passione del disegno e il sogno segreto di scrivere la sceneggiatura di una serie tv. Ovviamente sulla moda.