Un compito immane | Carmine Mangone

C’è un’origine dei segni e delle scritture, più o meno lontana nel tempo, per ognuno di noi (e per ogni noi), che genera innumerevoli fiumi, forse altrettante foci, e un numero quasi illimitato di ricombinazioni del senso.
L’avvento delle reti telematiche e dell’immaterialità digitale ha aumentato in modo impressionante la velocità di accumulazione e ricombinamento dei segni e delle conoscenze.
Ogni umano connesso in rete ha infatti a disposizione, nell’immediato, un database spropositato di informazioni, al quale attinge senza soluzione di continuità per costruire i propri saperi, le proprie comunicazioni da inoltrare agli altri. Anzi, l’essere connessi a questo enorme bacino di dati è ormai la cifra stessa della contemporaneità – il che non vuol dire, beninteso, che si riesca sempre a sapere cosa usare e come usarlo efficacemente.
La maggior parte di coloro che scrivono, può ormai perdersi tra le scritture, abbandonarsi al flusso incessante dei segni, lasciarsi irretire dall’onniscrittura; scelta (o mancanza di scelta) che implica sovente un’accettazione passiva degli strumenti a disposizione e una creatività ridotta funzionalmente in dinamiche di massa, per quanto apparentemente customizzabili.
Viceversa, chi intenda costruirsi un percorso specifico, ossia una propria delineabilità, una propria qualità autoriale, deve porsi necessariamente la questione del “saper scrivere”, ovvero del miglioramento della propria capacità di selezione, innovazione o rimixaggio degli elementi culturali, in modo da darsi una continuità (e una singolarità) nei processi globali di scrittura. Un tale flusso di scritture e letture, un tale insieme di dispositivi semiotici e semantici estratti dalla rete per essere poi lavorati criticamente e rimessi in circolo, potrebbe essere definito scrittura di continuità (1).
Beninteso, costruire una continuità della propria presenza nel flusso delle scritture implica un metodo, o almeno delle tecniche – tecniche di scrittura e tecniche di desiderio – miranti a “rilegare” i picchi di senso delle proprie esperienze di scrittura e comunicazione.
La presunta complessità della vita contemporanea è data dall’estrema frammentazione dei vari elementi che la compongono.
La vita non appare facile, anche perché non è affatto semplice collegare tra loro i diversi aspetti e i molteplici fattori di un qualsiasi problema connesso al vivere moderno. Il che non significa però che sia impossibile.
Per affinare il saper vivere, il nostro linguaggio deve imparare a distinguere, non a separare; deve creare una tensione, non limitarsi ad allungare il brodo.
In estrema sintesi, pongo sul tappeto due questioni che mi paiono cruciali e sulle quali occorrerà riflettere.
La prima concerne l’esigenza di un approccio teorico e non di un diffuso opinionismo. La teoria è analisi, costruzione di ragioni, affinamento di metodi, affetti, concetti. L’opinione, invece, è la risultante effimera, fortuita e spesso dozzinale di una passione. Mentre la teoria tende a mettere insieme i pezzi, le conoscenze, l’opinione s’impernia sul frammentare ulteriormente il sapere e sul consumarlo nell’immediato senza metterne a fuoco le cause o le reali incidenze.
Seconda questione: la narrazione, storicamente, nasce come narrazione della guerra. Secondo Omero, infatti, la guerra viene architettata dagli dèi per consentirne la sua posteriore narrazione (2). Ne deriva quindi che il racconto delle gesta umane, a partire dalle sue origini, è sempre un render conto, un ordinamento degli eventi, ma anche una resa dei conti postuma, mitizzata, storicizzata. Ogni narrazione è una sorta di assedio, una manovra a tenaglia dentro lo spazio simbolico. Anche una fiaba, pure una qualsiasi storia a lieto fine, reca in sé il tentativo di sconfinare nell’Altro, nel territorio dell’Altro: il mio racconto lascia dentro le tue mura un cavallo di legno pieno zeppo di guerrieri e ciò che tu lettore prenderai attraverso il mio presunto discernimento non farà che accelerare l’incendio della città.
Detto questo, occorre innescare e concatenare due movimenti ormai decisivi per il saper vivere. Da una parte, bisognerà sviluppare un approccio teorico tale da permetterci di eliminare il grosso delle pietre d’inciampo che costellano il nostro percorso, evitando quindi di cavillare sulle pietre stesse, come accade agli opinionisti più o meno improvvisati. Dall’altra, sarà necessario indagare quella che io definisco archeologia della narrazione, facendo emergere gli elementi di violenza, doppiezza e inganno presenti nei nostri racconti, nei nostri resoconti storici, letterari, ecc., in modo da rifondare storicamente (e teneramente) l’impianto stesso dei modi con cui governiamo memoria e trasmissione dei saperi.
Un compito immane, me ne rendo conto, e sul quale tornerò prossimamente per metterne a fuoco alcuni aspetti essenziali.

(1): scrittura di continuità
loc. 1. Flusso di dispositivi testuali o ipertestuali fondato su una rilegatura emozionale o culturale, programmatica o indotta, di tutte le scritture di una data singolarità, attraverso l’utilizzo di specifiche tecnologie autoriali miranti ad abbattere la separazione modale tra i diversi momenti della scrittura (ossia: tra il necessario e il contingente, tra il volontario e il casuale-oggettivo). 2. Inclinazione o metodo autoriale che si basa sull’onniscrittura o che mira ad essa

(2): Cfr. Odissea, VIII, vv. 579-580 (versione di G. A. Privitera), e Iliade, VI, vv. 463-465 (versione di V. Monti)

Carmine Mangone