Un altro metodo | Andrea Ferrato

La luce del sole di un giugno fresco, la prima periferia di una città ingombrante.
Un sano orgoglio di appartenenza avvolto come un rampicante nei gesti e nelle parole.
Senza il bisogno dell’evidenza dei marmi e dei fregi del passato imponente, i passi e le vie si incrociano e si allargano apparentemente indifferenti.

Accoglienza è una parola astratta composta da una serie di significati importanti che acquistano evidenza quando, come decori di relazioni usuali, impacchettano la giornata di vita normale, anche se la respiri speciale.

I turisti con quella luce negli occhi che si accende il secondo giorno della vacanza, quando le routine mentali ed i muscoli del corpo accettano l’impulso di sciogliersi.
Seduti su una panca in muratura, piastrellata come in quei posti di mare del sud dove tornavano, sempre più spesso, i pensieri del proprietario della pasticceria.
Dietro il bancone, la vistosa cameriera declamava le prelibatezze esposte, con un accento che arrivava da molto più a sud delle ricette dei dolci.

L’ampia vetrina di fianco ai tavoli incorniciava i tre voluminosi cassonetti della spazzatura dove un ragazzo sulla ventina, con un capello rosso, selezionava con precisione le cose migliori che poteva trovare, allineandole e dividendole in sacchi azzurri di plastica con grandi manici.
Uno sguardo serio e vigile, un abbigliamento non trasandato ed i lineamenti di un sud diverso.

I tavolini si riempivano dei profumi di altre abitudini e le esclamazioni degli avventori illuminavano di soddisfazione gli occhi del pasticcere.
Il primo sole dell’estate scomposto da un vento leggero, i colori delle case e delle fronde degli alberi resi speciali dall’aria tersa, le insegne dei periodi più lineari incuranti delle sofisticate grafie moderne.

Andrea Ferrato