Stare in pensiero | Carmine Mangone

Nessuna teoria nasce automaticamente dal movimento reale degli uomini.
Ogni teoria, infatti, è una costruzione, un insieme di costrutti, nonché una mediazione, un accordo tra pensieri e pratiche, sia quando avanza un’interpretazione o una sintesi a posteriori di determinate esperienze umane, sia quando propugna un intervento più o meno ampio sulla realtà.

Ovviamente, per incidere sul mondo da cui emerge, la teoria dovrà mantenere una permeabilità nei confronti di ciò che accade, di ciò che si prospetta, pena un irrigidimento delle idee e un loro trasformarsi in articoli di fede, in ideologia; dovrà darsi, altresì, gli strumenti critici per affinarsi e, al tempo stesso, per evitare la frammentazione e la precarietà che la farebbe scadere a mera accozzaglia d’opinioni contingenti.
Essendo determinata dal concorso di molteplici pensieri singolari, la teoria è sempre un prodotto dei conflitti e delle armonie possibili o auspicabili in questo mondo. Il movimento reale degli uomini produce la teoria, la teoria inciderà sugli ulteriori andamenti dell’uomo, la prassi ne verrà quindi modificata, e così via, reciprocamente, in un rilancio continuo. Il rapporto tra teoria e prassi resta incessante, muove il mondo, crea connessioni, nonostante l’inevitabile rigidità che il pensiero possa assumere nelle sue diverse formulazioni storiche e di potere.
Beninteso, la potenza della riflessività umana mira a stabilizzarsi, a creare memoria, a darsi un territorio noto, riconoscibile. In un tale movimento di consolidamento, soprattutto negli àmbiti allargati, istituzionalizzati, il pensiero tende però sovente a fermarsi, ad amministrare i saperi acquisiti, a impiegarli strumentalmente per perpetuare la stabilità raggiunta; in altre parole, tende a considerarsi valore in sé e a fissare quei percorsi conoscitivi, ermeneutici, che possano preservare il processo di valorizzazione delle conoscenze.

Pare tuttavia evidente che non esista una volontà generale valida per tutti e per sempre, né possa aversi una verità assoluta che faccia da equivalente generale nel mondo delle idee, che si ponga cioè da valore sociale atto a legittimare e a rendere “vero” il rapporto tra gli uomini.
Altrimenti non esisterebbe il potere, né quel processo sociale di uniformazione dei saperi che ci ha condotto storicamente a creare l’idea dell’umanità.
Comunque sia, l’esistenza di un pensiero non prova, di per sé, la sufficienza delle idee che ne sono il fondamento.
Ciò che emerge dai processi della società – dalla socializzazione storica dei saperi – è un insieme frammentato di conoscenze la cui valorizzazione avviene nell’ambito della cultura e del sistema mediatico.
Nessun frammento di sapere, o sapere frammentato, possiede la chiave per comprendere la totalità dei fenomeni; nessun pensiero, se si abbandona all’astrattezza, potrà mai assicurare l’avvento ineluttabile di una trasformazione.
Appunto per questo, bisogna adoperarsi affinché il sapere diventi un saper vivere, fare in modo cioè che i nostri lembi di conoscenza affettuosa della vita costruiscano una continuità, nonché una sollecitudine critica nei confronti dell’Altro.

La funzione essenziale di una teoria non consiste nel dirigere, illuminare o conformare gli uomini, bensì nel permettere ad alcuni di loro di conoscersi, riconoscersi, creare rapporti e mettere in comune bisogni, desideri.
Solo così l’essenza del pensiero trova una sua realtà e una sua critica.
La teoria non nasce dal nulla, né resta invariabile nel tempo. Rapportandosi coi processi che producono il mondo, l’attività dei viventi prende delle forme determinate, le quali producono a loro volta un insieme di pensieri, dati, ecc., il cui raffinamento conduce alla strutturazione della teoria e al conseguente aggiustamento della prassi che vi è connessa.

Si tenga però presente che l’obiettivo del sapere non potrà mai essere una fusione “mistica” tra teoria e pratica, del tutto impossibile (se non astrattamente nel campo dei vari fideismi, compresi quelli scientisti), bensì una reciproca continuità, un reciproco rilancio tra gli attori in gioco.
Nel terzo millennio dell’era volgare, il saper vivere si configura sempre più come uno stare in pensiero per sé e per l’Altro, come un farsi carico della migliore umanità possibile per rintuzzarne l’impossibile, l’inconcepibile, evitando però che il movimento storico della tecnica (ormai imprescindibile) possa ridurci macchinalmente a semplici esecutori di un pensiero computazionale.

Carmine Mangone

foto: Andrea Ferrato