Senza fare del corpo una colonia | Carmine Mangone

[Un’azione quasi temeraria: pubblicare un libro senza copyright, senza prezzo di copertina imposto, senza distribuzione commerciale (non lo troverete infatti né in libreria né su Amazon).
Eppure sta per accadere. Tre “figuri” – tre amici, tutti provenienti dall’area anarchica – si sono messi insieme e hanno realizzato una piccola pubblicazione illustrata e a colori, che va in stampa a metà febbraio. Il tema principe, solo apparentemente, è l’amore, l’erotismo. In realtà, scavando tra le righe, emerge molto altro. Un libro non facile, ma semplice, addirittura pretenzioso nella sua scabrosa semplicità, e che proprio per questo implica una lettura senza freni e senza sconti.]

«Ama ciò che ti fa fuggire il tuo essere di morte, ama ciò che ti fa odiare il nulla dell’amore.»
Joë Bousquet

Il povero Adamo non aveva capito un cazzo, a quanto pare. O forse aveva solo finto di non capire che Eva, il serpente e l’albero della conoscenza erano un tutt’uno inscindibile, vale a dire un ponte tra l’uno e il tutto, tra il sé e la molteplicità dei mondi, tra il corpo carnale che mi pensa e i pensieri che mi consentono di attraversare ogni corpo. Anzi, non l’uno, non una qualche sadica divinità, bensì l’unico, l’irriducibile, l’indicibile, il mortale creatore di sé, il quale tocca la tua bocca e parla, tocca la tua pelle e si scalda, ama il tuo sesso e genera insieme a te il cielo e i bassifondi del pensiero.

Nell’immediatezza sensibile della propria unicità, il vivente è un territorio determinato, aperto, il quale si riconosce singolare a partire dal corpo di carne e pensieri assolutamente unico che lo costituisce. Di conseguenza, ciò che si chiama spirito è il sapersi come corpo pensante, vivo, unico. Un tale sapersi ha però la propria emergenza e il proprio compimento non in se stesso, bensì in un affetto, in una ricerca, in un andamento verso l’esteriore, verso l’altro.
La soddisfazione sta infatti nell’innescare un’intesa tra unicità carnali e di pensiero, ossia nel costruire una com-unicità, un godimento compiuto e reciproco della relazione.

Penetrarti senza fare del tuo corpo una mia colonia. Amarti senz’ambire al possesso dell’amore. Anzi, non solo penetrarti, non solo amarti col mio pensiero, col mio cazzo, bensì regalarti un tentativo di unione (di accorpamento) a partire dall’esposizione del mio desiderio e dalle tumescenze del mio pensiero. Creare cioè un territorio comune senza alcuna nota patetica, un territorio fatto non solo di linee, spazi e vuoti, ma anche di consonanze, di compassioni.

La vita è un abbaglio della materia, un singulto ironico del cosmo.

Sto attendendo. Cosa? La morte dell’attesa, l’occupazione del mio corpo da parte della tua intelligenza carnale.

La morte ci chiude in un angolo, la carne dell’affetto marcisce, eppure tu vieni, io vengo, e questo venirci incontro, addosso, è unire punti, è tirar linee tra i diversi luoghi in cui affiora la presenza, la passione.
Non c’è una causa, né una missione, alla base del nostro convenire. Il disegno è l’ostinazione, il perseverare nel godimento dell’attimo, della folgore: far convergere i corpi in una ripetizione, in un rifacimento ottuso della compiutezza, del godimento. Neanche la parola amore può rendere il senso di questo movimento, di questo continuo mancare alla morte e alla soddisfazione definitiva.

Facemmo nostra la lezione del vento, la leggerezza incauta del pettirosso. Contro la felicità di Dio, inventammo arabeschi di saliva e imboscate di lacrime. Ecco l’innocenza, la tempesta: volerci assolti, in accordo, nonostante tutto.

Poesia è dove cede il dubbio e appare il limite della bellezza.

Se mi chiedi della bellezza, ti dico che è quando cambia improvvisamente il vento e il sonno dei servi si fa impossibile.

Carmine Mangone

Tratto da “Vieni: tumulto, carezza”, con 5 illustrazioni di Simone Lucciola, stella*nera/Ab imis, marzo 2019.