Ricordare alla morte che la parola non muore | Carmine Mangone

Nell’eterno ritorno della parola, in un continuo inseguirsi di termini e blocchi strutturati di parole, la scrittura sancisce e “istituzionalizza” l’andamento rigorosamente lineare del pensiero; lo stabilisce in uno spazio dove le forme sono regolate, normate, e dove le eventuali fughe in avanti sono esplorazioni del dicibile, e non necessariamente espressioni del possibile.
La scrittura delimita il senso, lo insegue, lo ingabbia, e crea luoghi e segnaletica, laddove, in origine, c’erano solo tracce, segni di passaggio.
L’uomo pone dei termini – una miriade di termini – lungo i percorsi del suo pensiero. E ogni termine è un limitare, una lotta contro l’approssimazione, un dimorare nella presa di possesso del senso.
Oltre il bordo della scrittura, nel territorio poetico dell’impossibile, le parole cedono solo ai corpi, al frangersi dei corpi l’uno contro l’altro: nell’amore, nel tumulto, agli estremi lembi di un’esperienza umana dove il senso può compiersi soltanto nella morte di ogni formula e nell’abbattimento di ogni confine.
Detto questo, è inconcepibile che si possa tollerare “umanamente” un continuo dimorare ai limiti dell’esperienza umana. Una normalità dell’impossibile è impensabile. Al di là della narrazione dei limiti, e delle vie che vi corrono parallele, c’è solo l’abbandono della poesia, la ferocia dell’irrimediabile o la folgorante amicizia dell’ignoto.
(Quando dico “abbandono della poesia”, intendo sempre anche un lasciarsi andare allo smarrimento essenziale che anticipa o uccide la parola poetica, e non solo una ritirata più o meno scomposta da ogni volontà di poesia).
Se si continua a scrivere, è per ricordare alla morte che la parola non muore, perlomeno finché nel cosmo esisterà qualcuno o qualcosa capace di comprenderla.
Ecco quindi l’ottusità universale dello scrittore: spiegare, dispiegare le parole per mantenere una distanza – o una contiguità tollerabile – tra l’umano e la morte. Fare delle tacche su un segmento di materia e costruire senso mettendolo in comune. Partire da ciò che è comune e dargli un senso, un rilancio, una vettorialità che possa bucare la spessa coltre dell’indifferenziato.

Carmine Mangone

foto: Andrea Ferrato