Reinventare il destino | Carmine Mangone

Inutile attardarsi su ciò che è stato, sugli abissi delle nostre storie personali.
Il passato remoto delle nostre vite – l’infanzia, le prime esperienze capitali – va tenuto, contenuto, ma non deve mai trattenerci.
Per quale motivo sprecare delle immani risorse psichiche nel tentativo di colmare i vuoti e le mancanze che hanno costellato il nostro bisogno di vita e che risalgono a una fase di pre-coscienza?
Le ferite resteranno sempre relative, mai assolute, e bisogna viverle come altrettanti solchi lungo i quali seminare il nuovo, l’ulteriore.
Bisogna reinventare il destino, l’avventura, e smettere di vedere nella nascita un trauma e nell’infanzia unicamente un ricettacolo di ombre, tranelli o tasselli fuori posto.
Incolpare i nostri genitori per ciò che è stato o poteva essere, non ha più senso se impariamo ad amare anche le nostre peggiori esperienze. Il sangue delle loro mancanze è passato in noi, ma il cuore rimane il nostro, le vene sono le nostre.
Escogitiamo quindi una trasfusione di desideri e apriamoci ai nostri tanti possibili, lasciando finalmente inerte la materia delle aspettative, dei rimpianti!
Siamo venuti al mondo per fare esperienza della notte e delle sue molteplici fosforescenze, non per lamentarci di una perdita, di uno sradicamento, di una caduta originaria.
Non siamo fatti per il favolistico “c’era una volta” o per il bretoniano “ci sarà una volta”, quanto piuttosto per un c’è, qui, ora, una volta, più volte, facendo in modo – criticamente, poeticamente – che la nostra esperienza particolare possa essere sempre una prima volta.

Carmine Mangone