L’incessante scrittura | Carmine Mangone

Un tempo, per poter scrivere, bisognava fermarsi, sedersi magari davanti a uno scrittoio, godere evidentemente di privilegi sociali o avere almeno del tempo libero da dedicare alla scrittura. In altri termini, la scrittura era un’attività per pochi e prevedeva una preparazione, un luogo deputato, una sicurezza dello scrivere.
Oggi, invece, tutti scrivono, tutti devono o possono tendenzialmente scrivere, soprattutto (anzi, in prevalenza) grazie alla larga diffusione di dispositivi tecnici mobili che permettono di comunicare, scrivere, registrare eventi in tempo reale e in connessione permanente con una moltitudine di contatti.
Proprio per questo, oggigiorno, non ha quasi più senso chiedersi perché si scriva, come facevano vezzosamente gli autori di un tempo; non si ha più bisogno di giustificazioni ideologiche, non si nutre più alcun senso di colpa (più o meno blandamente classista) nei confronti del verbo.
Il motivo è sotto gli occhi di tutti: la scrittura non è più qualcosa di separato dalla vita quotidiana di chi scrive, né dà origine in automatico a un ruolo specialistico in capo allo scrivente.
La scrittura – anzi, l’insieme delle scritture – si esplica, avviene, si compie nell’immediato, dentro la vita di relazione di chi scrive, attraverso l’utilizzo di sempre più dispositivi mobili, fino a penetrare gli eventi e a informarli. In tal modo, la scrittura diventa scrivazione (1), ossia: scrittura in azione e azione che si scrive, in un movimento riorientato incessantemente da uno scrivente (uno scrivagente) agìto a sua volta anche dalle proprie scritture.
Quando parlo di scrivazione, mi riferisco, più precisamente, al modo, all’apertura modale della scrittura nell’attuale contingenza storico-tecnologica. Il mio concetto non implica quindi un genere di scrittura, né gerarchie tra le varie tipologie di scrittura. La ricchezza possibile dello scrivere nasce infatti dalla rilegatura delle scrivazioni, cioè dalla nostra capacità di metterle insieme in un modo che abbia un senso, un significato, un’unicità.
Interrogazioni nient’affatto fuori luogo: la perenne mobilità delle scritture potrà scongiurare le valorizzazioni locali in modo da mettere in discussione il valore stesso come paradigma della civiltà libresca? In altre parole: il libro morirà in quanto struttura e oggetto di sapere? E ancora: il governo dei saperi – la cultura – ucciderà definitivamente il saper vivere, ossia la reale incidenza dei saperi sulla qualità della nostra vita quotidiana?

(1): scrivazione (scri-va-ziò-ne) s.f. 1.
L’operazione, il modo e le tecnologie dello scrivere tramite connessioni a distanza e dispositivi tecnici mobili che inseriscono immediatamente il fatto e il prodotto dello scrivere nella vita quotidiana di chi va scrivendo. 2. L’espressione linguistica, visuale o ipertestuale inserita immediatamente nel fluire della vita quotidiana di chi scrive. [In fr.: écrivaction].

Carmine Mangone