L’impossibile, questo mio prossimo | Carmine Mangone

L’amore è l’irruzione dell’imponderabile: un esproprio dello spazio fisico e mentale da parte dell’impossibile.
I corpi escono dall’astrazione tendenziale in cui li colloca la propria riflessività e si aprono alla capacità poetica del vivente, alla trasformazione, alla ripetizione del desiderio.
L’amore carnale può essere visto come un’occupazione estetica dello spazio, come una decisiva ricombinazione poetica del mondo mediante l’attrazione e l’adiacenza critica dei corpi.
Io amo perché mi muovo attraverso i limiti della necessità con l’intenzione di oltraggiarli insieme all’Altro.

La mia collocazione dentro la necessità è frutto di un ordinamento sociale, mentre l’amore – la mia volontà d’amore – è sempre l’aspirazione a un oltre, a una dimensione frattale della presenza, mirante a regalarmi una compiutezza.
L’ordine, infatti, ha a che fare con lo spazio, con una folgorante e immediata disposizione delle presenze dentro lo spazio, laddove l’ordinamento – qualsiasi tipo di ordinamento, di serialità imposta, abitudinaria, “sociale” – riguarda invece il tempo e le pulsioni umane verso una qualche durata di sé e delle cose.
Non a caso, il problema dell’amore, nel movimento delle sue espressioni, è il governo delle ripetizioni e delle seduzioni che connettono i corpi dei viventi. Ciò avviene solitamente in un ambito morale, “politico”, dove ripetizioni e seduzioni vengono irrigidite (ormai democraticamente) in processi sociali di valorizzazione, in dipendenze, subordinazioni.

Con l’avvento della democrazia rappresentativa, hanno trovato una loro collocazione funzionale, all’interno dei processi di controllo e valorizzazione della carnalità, finanche quelle differenze a prima vista irriducibili; basti pensare alla vasta liberalizzazione dei costumi sessuali o allo sviluppo di una pornografia di massa a partire dal secondo Novecento.
Io transito attraverso lo spazio sociale, “socializzato” (anche nelle sue varianti “virtuali”), e la società si appropria del mio amore, ne fa dei frammenti di viaggio dentro una propria narrazione del movimento, lo àncora a questa stessa frammentazione e lo obbliga a bramare una totalità fittizia, oppure una rilegatura spettacolare dei suoi godimenti episodici.
La frammentazione invade l’amore e l’amore è un frammento sempre più banale di una generalità impossibile.

Soltanto un percorso di ricomposizione della nostra unicità psico-fisica (attraverso la carne dell’Altro) può ricondurci all’essenziale, alla compiutezza del senso. Soltanto un sovvertimento della “lussuria” e della dicotomia particolare/generale può affermare e realizzare una tale compiutezza. La conversione in detonatore di ogni frammento amoroso può donarci l’esplosione che sospende la necessità. Ma solo la rilegatura delle diverse esplosioni può dare un senso al nostro desiderio di non accettare passivamente la ricombinazione della materia.
Nel circolo “vizioso” dell’amore, la compiutezza è la sospensione di ogni dettaglio, nonché l’assoluto “sensibile” che viene a infrangere la clessidra di ogni ideale, di ogni causa, di ogni ridicola procrastinazione.

Carmine Mangone

foto: Andrea Ferrato