Leggere e scrivere senza pietà | Carmine Mangone

Facciamo subito un distinguo e poniamo sul tappeto una banalità di base. Per saper scrivere, è ancora e sempre necessario riuscire a padroneggiare la forma e il contenuto delle proprie scritture, fluendo con esse e grazie ad esse verso un picco di senso ben preciso – non necessariamente predeterminato in tutto e per tutto, ma voluto, cercato, perseguito con continuità.
Al contrario, per scrivere e basta, per andare cioè incontro ad un senso qualsiasi del mondo, senza alcuna velleità di cooptarlo all’interno di un progetto di scrittura definito, non occorre acquisire una padronanza specialistica dei dispositivi di scrittura.
Per poter scrivere, è sufficiente scrivere. In parole povere: bastano poche e semplici tecniche di scrittura per dare una forma immediata alla propria voglia di senso e per potersi staccare dal rumore di fondo della contemporaneità dando un corpus istantaneo alle proprie relazioni col mondo.
L’ispirazione non è più un input, uno stimolo legato a condizioni particolari e privilegiate, magari casuali o irrazionali. L’ispirazione, oggi, è un insieme di connessioni costruito. Questo vale sia per un romanziere come Bolaño (La parte dei delitti della pentalogia 2666 è emblematica), sia per un qualsiasi adolescente che s’inventi un meme.
Per scrivere un racconto o un tweet che abbiano senso per gli altri – e non solo nell’ottica del proprio narcisismo o di determinate funzioni sociali – bisogna anzitutto calarsi nel bacino comune dei testi umani e saperne godere con fantasia e destrezza.
S’innesca così una velocità di giudizio (o d’incoscienza, perché no?) che porta ad un progressivo annullamento della distanza tra lettura e scrittura.
Ormai si legge quasi soltanto per scrivere immediatamente altro: commenti a go go sui social network, tentate seduzioni in chat, affettuosità o facezie tramite instant messaging, trolling, ecc. Al giorno d’oggi, anche i più seri (e “puritani”) intellettuali si ritrovano a saccheggiare l’immediatezza e la ricchezza delle informazioni connesse in rete, benché spesso non amino ammetterlo.
Detto questo, appare logico che un affinamento anche minimo delle tecniche scrittoriali (della scrivazione), pur non portando necessariamente a un saper scrivere, aumenti le possibilità di godimento e di efficacia delle proprie scritture.
Ormai si può scrivere senza ispirazione, senza freno, in ogni momento, con ogni forma possibile o desiderabile, ma quella che possiamo definire la potenza di scrittura del singolo deve agganciarsi ad un bacino collettivo e preesistente di scritture, selezionarne degli elementi, plagiarne alcuni, ricombinarne creativamente altri, ottenendo così una singolare contestualizzazione del senso generale delle parole. Dinamiche, queste, che rientrano nel mio concetto di omniscrittura (1).
In fondo, chi l’ha detto che oggi non si legge più? Semmai si legge senza pietà, si approfitta bassamente delle scritture altrui, si legge da egoisti stirneriani, pronti a srotolare ulteriormente il senso del mondo in un incessante rilancio dei segni.

(1): onniscrittura (on-ni-scrìt-tu-ra) s.f.
Disposizione culturale, mentale e tecnica fondata sull’accessibilità continua e sulla disponibilità tendenzialmente illimitata di tutte le scritture preesistenti o immaginabili ai fini della scrivazione

Carmine Mangone