Il problema non è il desiderio | Carmine Mangone

Nella costruzione di senso che è il marchio dell’esperienza umana, il problema non è il desiderio, bensì la realtà materiale del desiderio, il funzionamento reale del pensiero a stretto contatto con la materia dei corpi.
La realtà è ciò che ci tocca fin dentro il pensiero – attraverso la superficie dei corpi, l’unicità materiale dei nostri corpi – ed è anche la concretezza della psiche, dello “spirito”, luoghi altrettanto unici dei loro supporti carnali.
Ciò che ci tocca reca con sé affetto, affinità, oppure offesa, contraddizione, esacerbazione delle differenze.
Nei casi in cui occorra risolvere o attutire “socialmente” la situazione di conflitto, il pensiero produce la dialettica, ossia il proprio affinamento per contrasto, come pure la propria critica, il proprio movimento critico, in una continua oscillazione tra la realtà esteriore e quella interiore, tra le dinamiche sociali eterodirette e il pensiero della propria esperienza del mondo.
Il desiderio, dialetticamente, è anche il desiderio di desiderare, l’affermazione e il continuo rilancio del movimento desiderante. Proprio per questo, esso nega ogni proposito di stabilire il pensiero critico (la critica del pensiero) in una situazione meramente attuale o necessaria. La potenza dialettica del desiderio fonda infatti un’attrazione incessante e di segno opposto a qualsiasi tradizione “spirituale” dell’uomo: «Ogni limitazione della possibilità d’inventare nuovi desideri, da qualunque parte provenga e su qualsiasi ragione si fondi, desterà sempre in noi un gusto demoniaco di negazione e di negazione della negazione» (Ghérasim Luca, Dolfi Trost).
Se io narro il desiderio, se dico chi o cosa voglio occupare col mio desiderio, se affermo la volontà di avere ciò che desidero soprattutto dicendo e rendendo comune il mio desiderio, finisco per costruire o inventare un campo di possibilità in cui attirare l’Altro.
Il mio desiderio apprende costantemente dai suoi attraversamenti dello spazio e, nel contempo, organizza i propri apprendimenti per stabilire o rinsaldare il senso che do ai miei interventi, alla mia potenza. In questo movimento di “mappatura” dell’esistente desiderabile, finisco però per irretire l’Altro in modo involontario o deliberato subordinandolo alla mia soddisfazione.
Il territorio dell’amore socialmente determinato è una trappola. Una trappola per i corpi, le stelle, le “anime”. Bisogna lasciare uno spiraglio, una porta socchiusa, una possibilità di sganciamento per sé, per l’Altro. Trovare cioè una consonanza, una condivisione territoriale che non sia vincolante, ossessiva. Occorre scardinare tutti gli idealismi che inchiodano l’affetto dentro una concezione rigida dell’amore. Il saper vivere è la propria liberazione dell’amore, dall’amore, realizzata insieme a coloro che mettono in comune con noi un affetto o una contraddizione. In tutto questo, bisogna però capire che la vera conquista non è l’amore, il contratto sentimentale, bensì la premura, la tenerezza, la condivisione gentile delle rispettive intelligenze.

Carmine Mangone