Il noi, in sostanza, esiste davvero? | Carmine Mangone

Che cosa si muove concretamente in me e fuori di me quando desidero una donna? Quali pretese, all’interno del mio desiderio, mi mettono in relazione con lei e col mondo circostante? Mi adatto forse ad accogliere il suo desiderio soltanto per farla mia? Potrà mai esserci, in noi, per noi, un territorio in cui gli aggettivi possessivi pongano un’accoglienza e non una subordinazione?
Il noi, in sostanza, esiste davvero?
Tutte queste domande, dal mio punto di vista, sono già un allargamento dei territori, dei discorsi.
Nel pormi determinate questioni, riguardanti l’incidenza degli altri viventi, i miei pensieri diventano delle vere “riflessioni” (sono riflessi dell’Altro, dall’Altro) e mi aprono così a uno spazio comune, a un campo affettuoso della comunanza, affermando la volontà di andare ben oltre la stretta necessità delle relazioni usuali, minime.
Il desiderio è il moto che mi porta a concepire e a realizzare una nuova disposizione delle cose, ossia una trasformazione degli elementi che formano il mio mondo. In particolare, il desiderio è quell’improvviso senso di vuoto che viene a nascere quando m’imbatto in una presenza umana che si fa squarcio, esigenza di senso, di bellezza, e che mi incita a ridurre la distanza intercorrente tra me e la sua attualità.
Provando a colmare quel vuoto – agendo cioè il desiderio al fine di costruire o ricostituire una compiutezza del vivere –, io aggiusto il mio mondo e lo apro all’Altro. Tuttavia, salvaguardando e sviluppando questo movimento di apertura, l’amore resta autentico solo se diventa uno strumento di conoscenza che limiti al minimo la sofferenza delle parti e a condizione che vi si cerchi una compiutezza evitando la subordinazione di sé o dell’Altro.
Il vuoto tra i viventi – e tra questi e le cose del mondo – non è che l’attesa di un senso, di un adempimento delle proprie capacità attrattive. In qualche modo, è come un’ipotesi di spazio che ancora non contiene dei luoghi comuni per l’affetto, per le parole. Smette di essere vuoto, infatti, quand’almeno due esseri viventi vi costruiscano un territorio e degli andamenti condivisi, concertati, improntando in tal modo un comune saper vivere.

Carmine Mangone