Arnesi per racconti impossibili | Andrea Ferrato

La prima volta che ho visto Instagram l’ho guardato un po’ di traverso (Instagram al maschile, inteso come oggetto, strumento, arnese).
Anche se non sei un fotografo professionista, ma magari hai iniziato a scattare, contagiato da chi pensava alla fotografia come ad una specie di protesi della propria anima, tutto ciò che rientra nel fermare un momento che si assumerà la responsabilità di raccontare qualcosa di impossibile (il prima, il dopo, oltre i lati, i suoni, gli odori) va osservato con uno sguardo gentile ed allo stesso tempo analitico.
Tra l’utopistico e l’inutile, quel quanto riuscirà a non banalizzare quel momento diventa un pensiero a difesa di quell’idea di protesi, perché poi è proprio con quello spazio così intimo che entrerà in contatto.

Che poi non è che possa essere l’arnese a contaminarti l’anima, lo capisci bene dopo essere passato per la perfezione di quelle meccaniche del 1972, attraverso la purezza di quell’insieme di cristalli infallibili.
Insomma: ci mettiamo a fare foto piccole, sgranate con la possibilità di rovesciarci sopra superfici trasparenti di altri modi, di altri momenti, un po’ come mettere dei baffoni arricciati ad un bambino di cinque anni?
Con o senza la passione per la fotografia la risposta è pacificamente negativa (per un attimo sorvoliamo qualcosa impossibile da sorvolare come l’effetto novità, il bisogno di protagonismo, la necessità di esserci).
Finché, allo sguardo di traverso di cui sopra, non cambi angolazione e allora scopri che in fondo questo arnese non fa fotografie.

Abbiamo quasi sempre vicino o in mano qualcosa che nel bene e nel male ci espande.
Lo smartphone ci ha dotato di tanti piccoli superpoteri di cui ancora non ci siamo neanche tanto resi conto, tanto è stato breve il tempo con cui li abbiamo acquisiti.
L’arnese, nello smartphone, è un registratore di stati d’animo, di pensieri, di stimoli; un comunicatore visuale della nostra sensibilità con potenzialità di precisione che possono superare le nostre naturali capacità di trasmissione.
Pensieri a voce alta che vengono tradotti in piccoli quadrati in cui concentri tutto il te di quel momento.

Ma alla fine non è andata così.
Quella era quel genere di visione romantica che abbiamo affibbiato a tutti gli oggetti social, nei primi momenti.
L’arnese di cui sopra, nei casi più sinceri, è diventato una leggera macchina fotografica digitale con album incorporato per poi raggiungere alte vette come: le foto a cliché (tutti i piedi, tutte le colazioni, tutte le persone piccole dritte sullo sfondo, tutte le facce per caso finte, …), le tecniche scientifiche per aumentare gli ego numerini, le pubblicità che più le rifuggi e più te le ritrovi davanti (per il momento rassegniamoci, qualsiasi cosa nuova finisce miseramente lì).
Noi essere umani siamo fatti così, prima di tutto ci piace dare il peggio e vincere facile.
Quindi, anche con l’arnese, se vuoi qualcosa che ti nutra di stimoli, è un po’ come succede nel mondo degli umani, devi andarteli a cercare (o metterti nella condizione di farti trovare).

Andrea Ferrato