Volo planato sullo storytelling | Andrea Ferrato

Abbiamo un problema con le storie, abbiamo un problema con questa ossessiva necessità di dover raccontare storie.

La comunicazione, la pubblicità e, purtroppo, la politica vogliono a tutti i costi raccontarci storie: nulla di nuovo e nulla di sbagliato, a noi umani piace ascoltare storie ed è il modo migliore con cui assorbiamo un’informazione, se non fosse che questa nuova religione si sia persa per strada i pesi e le misure.
Quella fondamentale capacità di comprendere il contesto e conseguentemente dosare l’informazione, la narrazione e la realtà dei fatti.

Storia in greco antico significa ispezione visiva; la definizione di Wikipedia ce la descrive come una disciplina che si occupa dello studio del passato (non necessariamente quello remoto) tramite l’uso di fonti, documenti, testimonianze.
Già qui si intravedono le prime competenze: serve la conoscenza per poter trasmettere il sapere.
E, neanche tanto tra le righe, si capisce che stiamo parlando di cose realmente accadute, che hanno costruito, e magari stanno costruendo, quel qualcosa che forma l’oggetto del racconto.
Non c’è fantasia o creatività alla base di questo racconto, ci sono fatti, cose che sono accadute o che magari stanno accadendo.
Ecco che la storia ha subito un senso, un corpo; già facilita il lavoro del narratore perché porta all’ascoltatore elementi reali, posizionati nel tempo.

Le capacità di chi racconta le storie sono altre.
Assorbire i fatti ed i contesti e trasmetterli in modo da permettere a chi ascolta di comprendere il valore della successione delle vicende.
L’altra capacità deve essere quella di entrare in sintonia con l’ascoltatore e usare la forma migliore perché il linguaggio non sia solo quello delle parole ma sia anche la forma dell’insieme di queste: come un’interfaccia di connessione tra ambienti che, pur avendo termini in comune, hanno bisogno di matrici di senso.

Un’altra cosa è il raccontare una favola.
Qui la fantasia e la creatività sono fondamentali come fondamentale è la capacità affabulatoria del narratore che deve saper dare solidità ad una trama che si avvicina alla realtà senza combaciarvi mai.
Le energie necessarie sono tante.
La credibilità è fondamentale per fare in modo che l’ascoltatore entri e rimanga nelle trame del racconto.
Molto più facilmente si affascinerà della forma acrobatica con cui l’insieme sarà stato costruito per poter trasmettere senso.
Ma il fascino subisce il tempo, la soggettività di chi ascolta e le migliori qualità del prossimo narratore.

Quando cominciamo ad annusare che in ciò che ci stanno raccontando c’è qualcosa che non quadra siamo soliti dire: “Non raccontare storie…”.

Andrea Ferrato